I gruppi criminali funzionano grazie a un sistema di bocche cucite, sul quale poggia tutta la loro struttura: analisi di un silenzio organizzato.
L’omertà deriva direttamente dalla nozione di umiltà, e quindi da una forma di dignità morale. Questo concetto corrisponde, per alcuni, al fatto di non accusare i membri della mafia. All’inizio si trattava di un codice d’onore tra i criminali, ma l’omertà è progressivamente diventata una legge del segreto che circonda la criminalità organizzata. A questo silenzio, partecipano anche che sono vittime dei mafiosi.
Secondo alcuni studiosi, la mafia ha come obiettivo quello di diventare un potere pubblico alternativo, dotato di una forma di giustizia primitiva, di cui l’omertà e la legge del silenzio fanno parte.
La legge del silenzio, se non viene rispettata, sfocia in rappresaglie, che possono colpire i familiari di chi potrebbe parlare, oppure la persona stessa. Per esempio, nel 1954, il mafioso Gaspare Pisciotta viene ucciso in prigione bevendo un caffè nel quale era stata diluita della stricnina. Muore prima di poter rendere la sua testimonianza alla polizia.
Ed è grazie alle persone che hanno rotto il silenzio che sono stati possibili i grandi processi, i quali hanno permesso, in una certa misura, di smantellare parte delle reti mafiosi. Uno dei maxi-processi degli anni 1980 è stato possibile grazie alle confessioni di Tommaso Buscetta. È riconosciuto come uno dei “pentiti” più famosi, e il film Il traditore, diretto da Marco Bellocchio, racconta la sua biografia.
In sostanza, il dilemma consiste nello scegliere tra la legge della mafia e la collaborazione con la legge italiana; tuttavia, i rischi sono elevati per tutti.
Per i mafiosi stessi, come dimostrato i casi di Gaspare Pisciotta e Tommaso Buscetta.
Per la popolazione locale, che subisce la mafia e vive in una paura che si traduce in silenzio. Nella stampa locale, alcuni articoli ritraggono genitori che desiderano per i propri figli una vita lontana dalla paura e dall’omertà: “Non vogliamo che i nostri figli vivano nella rassegnazione.”
Per i giornalisti che lavorano per fare conoscere questa realtà al mondo intero, sono in prima linea contro la mafia. Il più noto oggi è Roberto Saviano, specializzato nelle tematiche criminali, autore di libri come Gomorra o Piranha. Vittima di minacce di morte dalla pubblicazione del suo primo libro nel 2006, vive sotto protezione della polizia dal 13 ottobre dello stesso anno.
Tragica ironia: si tratta forse di uno dei destini più fortunati per un giornalista, mentre altri vengono semplicemente uccisi. Un esempio è Peppino Impastato, nato in una famiglia mafiosa siciliana, che creò un programma radiofonico “Onda pazza”, in cui faceva satira sulla mafia. Il metodo del suo assassino, nel 1978, quando aveva solo 30 anni, richiama quello utilizzato per uccidere suo zio, evento che segnò l’inizio del il suo impegno.
Anche coloro che utilizzano la legge dello Stato per combattere quella mafiosa diventano bersagli, come Giovanni Falcone, uno dei giudici antimafia che lavorò con Tommaso Buscetta nel maxi-processo del 1986 e che ucciso da Cosa Nostra nel 1992.
Oggi questo sistema oltrepassa le frontiere ed è applicato da mafie di origini diverse. Un esempio recente è l’omicidio, avvenuto nel novembre scorso, del fratello di Amine Kessaci, un attivista di Marsiglia che denuncia il pericolo della DZ Mafia. Libération ha realizzato un'intervista incrociata tra lui e Roberto Saviano, nella quale viene sottolineata la dimensione transnazionale dell’omertà che, a differenza delle leggi nazionali, si diffonde in tutto il mondo. Le mafie diventano così padrone di un vero e proprio regno del silenzio internazionale.
Scritto da Lou Labat–Plazy
Per approfondire il nostro dossier del mese dedicato alla segretezza, consultate gli articoli delle nostre rubriche cultura e relazioni internazionali sul nostro blog.
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